"LA MIA VITTORIA" - GESù in EV 119

San matteo: la chiamata

Dalle tenebre alla Luce di Cristo

San Matteo prima di convertirsi era un ladro.

Non solo, era un gran vizioso!

Prima della conversione e della decisione di abbandonare tutto per seguire Gesù Cristo, era un pubblicano (un ebreo esattore delle tasse, al servizio dei Romani) che sfruttava il propio ruolo per rubare ai poveri e divertirsi col maltolto tra orge e bagordi d’ogni tipo.

A Cafarnao era conosciuto e sbeffeggiato da tutti. Era disprezzato sia dai più poveri che dalle sedicenti elite del tempo, farisei e scribi, mettendo d’accordo una volta tanto tutte le diverse anime di Israele.

Questo è sufficiente per capire come la conversione di Matteo, da amante dei vizi ad apostolo prima ed evangelista poi sia definita da Gesù “la mia vittoria” (EV 119)

Ricordiamo anche che Gesù oltre agli apostoli aveva diversi discepoli e discepole, conquistati dalla sua Misericordia, a lui fedelissimi (basti pensare ai pastori che per primo adorarono Gesù Bambino, oppure Lazzaro, Marta e Maria Maddalena e tanti altri)

Dunque fra tutti i discepoli Gesù ne scelse personalmente solo un ristretto numero, dodici, come apostoli, cioè inviati a testimoniare con la vita il Regno dei Cieli. Sorprende ancora di più che Matteo, così immerso nel peccato, sia stato scelto personalmente da Gesù.

Per Matteo una chiamata alla conversione che avviene in quattro episodi consecutivi dell’Evangelo: EV 94,95,96,97.

Matteo torna a vedere la luce, dopo tanti anni di tenebra grazie ovviamente alle parole del Verbo incarnato ma anche e soprattutto direi, grazie ai silenzi di Cristo ed al suo sguardo azzurro, trapanatore, che arriva dritto nel cuore, nonostante gli infiniti strati di fango che lo sommergono.

Gli occhi di Cristo si posano su Matteo e su ognuno di noi e non possiamo distogliere lo sguardo, possiamo solo rispondere “Sì” oppure “No”, scegliendo la salvezza o la perdizione.

Vediamo i passi salienti dei quattro episodi e alcuni spunti di riflessione.

Nella prima parte di EV 94 Gesù guarisce una donna, famossissima a Cafarnao, soprannominata “La Bella di Corazim” che, a causa di una vita peccaminosa di mangiauomini e sciupafamiglie, si ammala anche nel fisico, diventa peggio di una lebbrosa e si ritira in una piccola caletta fra i boschi ed il lago di Cafarnao, isolata dal mondo, come una bestia selvatica.

Addirittura per raggiungerla è necessario andarci via lago, con la barca.

In Israele la malattia fisica era sempre causa di un disordine spirituale: chi offendeva Dio col peccato, prima o poi ne subiva le conseguenze anche nel fisico, ammalandosi dunque, spesso di lebbra (si veda anche l’articolo su Simone il lebbroso, guarito da Gesù e diventato apostolo)

Dunque Gesù ha raggiunto una persona rinnegata da tutti, difficile anche da raggiungere fisicamente, una persona che aspettava solo di essere dimenticata dal mondo e di morire, ha visto il pentimento sincero, ne avuto pietà e l’ha guarita, rimettendo i peccati e nella stessa carne.

In poche ore tutta Cafarnao sa della guarigione: ecco il primo richiamo per il pubblicano, il segnale di rottura di Cristo: Matteo scopre che Gesù è venuto per chiamare i peccatori, anche gli ultimi, quelli che il mondo crede troppo disperati per poter essere salvati.

O quelli che ai giorni nostri la società diabolica in cui viviamo chiama membri non produttivi volendo dire in realtà scarti, ossia vecchi, disabili, senzatetto, profughi, tossicodipendenti, carcerati…

Leggendo ci sembra di udire il cuore di Matteo sussurrare “Forse allora, c’è speranza pure per me…”

Nella seconda parte di EV 94 Matteo è, emblematicamente, sul limitare della soglia della sinagoga di Cafarnao, ed è già una bellissima metafora del processo di conversione in atto nel cuore del pubblicano.

L’uomo è indeciso se entrare o rimanere fuori, fra un po’ Gesù parlerà nella sinagoga ma non si decide e rimane sulla soglia, a metà del guado.

Il piede di Matteo fuori dalla sinagoga è ancorato dai vizi della vecchia vita, che ancora con un colpo di coda cercano di non essere sconfitti. Il peso di un passato difficile da scrollare via.

Allo stesso modo è inchiodato a terra quel piede dal giudizio delle altre persone: il ribrezzo dei farisei e lo scherno dei suoi concittadini.

Scribi e farisei glielo fanno capire senza parlare: la sinagoga non è luogo per te, che non puoi essere salvato, spostati.

L’atteggiamento farisaico, che è durezza nei cuori, incapaci di misericordia, si esprime esteriormente evitando di sfiorare addirittura le vesti di Matteo, come fosse un lebbroso, contagioso ed immondo, mentre questi sepolcri imbiancati entrano nella sinagoga con le loro vesti sgargianti, sicuramente pulitissime ma con l’anima nera.

Oltre al danno, anche le beffe per Matteo, perchè è bersaglio di ingiurie, improperi e sbeffeggiamenti dagli altri abitanti di Cafarnao, che spargono sale sulle ferite.

Gesù entra nella sinagoga: “lo fissa per un attimo e per un attimo sosta. Ma Matteo china il capo e basta.

Non servon molte parole fra i due. Non si erano mai incontrati prima ma Gesù sa già tutto di Matteo, in un attimo ha visto l’anima del pubblicano e lo conosce meglio di quanto non si conosca lo stesso Matteo.

Matteo in quegli occhi azzurri come un lago cristallino avrà visto riflessa la propria vita, immersa nel peccato: ne prova vergogna, sa che Gesù conosce tutto di lui, senza bisogno di parole.

Il pentimento si sta facendo strada nel cuore del pubblicano, a mio avviso – ma posso sbagliare – vedo già in quel capo che si china il segnale di voler abbracciare la Misericordia. Serve solo un po’ di tempo perchè dal dolore del pentimento si arrivi al desiderio di cambiare vita, a quel “Sì!” salvifico.

Appena Gesù è entrato, Pietro non perde occasione per sparlare di Matteo:

Pietro, appena passati oltre, dice piano a Gesù: «Sai chi è quell’uomo arricciato, profumato più di una femmina? É Matteo, il nostro
esattore… Che ci viene a fare qui? É la prima volta. Forse non ha
trovato i compagni, e le compagne soprattutto, con i quali passa il
sabato, spendendo in orgie quel che ci succhia in tasse duplicate e
triplicate per averne per il fisco e per il vizio». 
Gesù guarda Pietro così severamente che Pietro diventa rosso come un papavero e china il capo, fermandosi, in modo che da primo diventa l’ultimo nel gruppo apostolico.

Solo in questo estratto abbiamo molti spunti di riflessione, bellissimi.

Anche qui Gesù non parla, guarda l’apostolo, che ha appena giudicato un’altra persona, invece di averne pietà. Pietro capisce dagli occhi di Gesù subito il suo peccato.

La grandezza di Pietro sta nella sua totale onestà, nei confronti di se stesso in primo luogo; non è più degno di affiancare Gesù e viene superato da tutti gli altri apostoli, l’errore c’è stato e deve essere riparato.

Pietro si interroga sul motivo della presenza di Matteo, ha sempre ottime intuizioni Pietro, ma non ne capisce in questo caso i motivi, ecco la severità del giudizio di Gesù: Pietro accusa Matteo di non aver potuto fare qualche peccato, come solitamente fa nei giorni di sabato.

Il vero motivo invece è che sta germogliando in Matteo il seme della conversione. Non bisogna mai giudicare in nessun caso, nemmeno se si conoscono i dettagli e specialmente se li si ignorano.

Gesù nella sinagoga inizia a parlare, dicendo di avere già il soggetto per il suo discorso, che ovviamente è incentrato sul peccato ed il pentimento che serve per guarire. Matteo il pubblicano a questo punto, fermo sulla soglia, non ha più scampo, la parola di Dio sta illuminando il suo cuore.

Consiglio vivamente di leggere il discorso di Gesù: non è riassumibile, è di un’altezzq vertiginosa pur usando parole e concetti semplici, capibili da tutti… di una potenza devastante.

Mi limito a dire che parlando del peccato/pentimento offre una lezione ad ognuno: a Matteo, a Pietro, ai farisei, alle persone che deridevano Matteo, a noi, lettori di ogni epoca.

Uscendo dalla sinagoga gli apostoli ricevono da un bambino un sacchetto di monete, come già capitato diverse volte nei giorni precedenti, ma ignorano tutti (tranne Gesù ovviamente) l’identità del benefattore.

Scopriremo poi che si tratta dello stesso Matteo, che ha accelerato la sua conversione attraverso quelle donazioni, quelle opere di carità.

In EV 95 leggiamo che Pietro, di ritorno da una pesca molto buona, sia preoccupato di dover andare a pagare la tassa al banco delle imposte di Matteo, perchè essendo “ladro“, “sciacallo“, “dalla pelle di coccodrillo“, una persona che attira “gente e maledizioni“, sicuramente il pubblicano gli avrebbe chiesto una tassa sproporzionata.

(Il sistema di tassazione era piuttosto libero, per cui soggetto all’interpretazione personale ed dell’esattore, che spesso dunque se non onesto si trasformava in uno strozzino).

Pietro ancora sparla di Matteo, ricadendo nell’errore del giorno prima, alla sinagoga e Gesù lo corregge nuovamente.

Gesù si incarica di andare a pagare lui al banco delle imposte, vuole completare l’opera iniziata il giorno prima!

Ecco il brano, bellissimo:

“Matteo, che era seduto al suo banco, al punto in cui Gesù dice: «Credo
che tu mi creda tale <onesto nda>», si alza in piedi. Basso e già
anzianotto, su per giù come Pietro, mostra però il viso stanco del gaudente ed una palese confusione.

Sta a capo chino sul principio, poi lo alza e guarda Gesù. E Gesù lo guarda fisso, serio, dominandolo con tutta la sua imponente statura. «Quanto?», ripete Gesù dopo un poco. 
«Non vi è tassa per il discepolo del Maestro», risponde Matteo. E a voce più bassa aggiunge: «Prega per l’anima mia». 
«La porto in Me, perché raccolgo i peccatori. Ma tu… perché non la
curi?». E Gesù gli volge le spalle subito dopo, tornando a Pietro che è
trasecolato di stupore. Anche altri sono trasecolati.”

Le prime parole di Matteo a Gesù scardinano già tutto quello che il vecchio Matteo rappresentava: con queste parole sta morendo il vecchio Matteo: fino a quel momento aveva rubato anche ai più poveri e chissà quante volte l’aveva fatto anche nei confronti di Pietro il pescatore.

Ma ora non vuole più i soldi (che pure Gesù e Pietro erano disposti a pagare, visto che pagare le tasse è giusto, anche se alte) ed aggiunge subito la cosa che in questo momento gli sta più a cuore: “Prega per l’anima mia”

La trasformazione non è completa, ma quasi.

Pietro non è più solo un pescatore, ma è un discepolo del Maestro, di
cui Matteo ha una grande stima. Matteo non è più sulla soglia della
sinagoga, è ormai entrato, deve compiere l’ultimo sforzo, per chiedere
perdono e decidere di cambiare vita.

Gesù come sempre sorprende, ci spiazza, fa sempre un passo in più di
quello che ci aspetteremmo: non dice tanto “pregherò per te” ma infonde
ancora più fiducia e coraggio per la conversione di Matteo: la tua anima
“la porto in me, perchè raccolgo i peccatori”!

Ma tu, Matteo, uomo di ogni tempo, fai la tua parte? Curi l’anima o la fai morire nel mio cuore?

Pieno di Misericordia, come sempre, Gesù. Ci fa capire che Lui passa e ci raccoglie dalla strada, dai vari sentieri bui della vita, non importa in quale vicolo buio ci siamo infilati.

Addirittura anche se non siamo convertiti, lui ci raccoglie e aspetta solamente che spalanchiamo le porte a Cristo, senza paura, come ci ricorda Giovanni Paolo II.

Gesù è l’eterno Buon Pastore di Misericordia, instancabile camminatore per radunare l’umanità intera.

Ogni anima, anche la più nera, lui la porta con sè, possiamo dire che la porti nel cuore, nel miracolo d’Amore infinito che è simbolo e stessa natura della Croce. Gesù, che è il Figlio di Dio, non muore in croce solo per i cristiani ma per l’intero genere umano, da Adamo fino all’ultimo uomo sulla terra. Poi spetta all’uomo accettare il dono che il Verbo di Dio incarnato ci regala sulla Croce.

Molte volte non abbiamo nemmeno riconoscenza nei riguardi dell’Agnello di Dio che si è immolato volontariamente per amore di noi tutti.

Gesù non è sorpreso dal cambiamento di comportamento di Matteo, ovviamente: il mondo dimostra ancora una volta la propria stoltezza e tutti noi siamo in Pietro e negli altri presenti “trasecolati di stupore”. Noi poveri peccatori misuriamo gli altri con la stessa misura di cui siamo fatti e non giudichiamo con gli occhi dello Spirito ma della carne.

Appena Matteo ha rifiutato il denaro, Gesù si sposta leggermente ed inizia a parlare, è il secondo discorso nella conversione di Matteo.

Anche qui, consiglio solo di leggerlo, per sommi capi Gesù elogia l’onestà, dimostra l’inutilità delle ricchezze terrene, se non per conquistarsi quelle celesti, illustra il vero pentimento che è di spirito, non solo verbale: bisogna staccarsi completamente da quello di cui ci si pente, anzi fuggire le occasioni di peccato altrimenti prima o poi si ricade.

Appena finisce il discorso se ne va, senza più nemmeno voltarsi verso Matteo, che si era avvicinato, appena Gesù aveva iniziato a parlare.

EV 96 è dedicato quasi interamente ad il terzo discorso di Gesù fatto nell’ambito della chiamata di Matteo. Gesù parla da una barca alla folla, toccando diversi temi, come sempre consiglio vivamente la lettura!

Tra gli argomenti: il libero arbitrio, chi non vuol seguire Gesù per dedicarsi ai beni effimeri terrestri sceglie la propria strada da solo, Gesù è venuto per salvare le anime, l’eterna lotta per perdere le anime di Satana, la missione Redentrice di Gesù, l’importanza di perdonare gli altri, la guarigione nel giorno di sabato.

Importantissimo il passo in cui Gesù spiega il motivo per cui l’uomo può elevarsi a Co-Redentore col Cristo stesso:

Vi dico: gli angeli, spiriti puri e perfetti, viventi nella luce della
Ss. Trinità e in essa giubilanti, nella loro perfezione hanno, e
riconoscono di averla, una inferiorità rispetto a voi, uomini lontani
dal Cielo. Hanno l’inferiorità del non potersi sacrificare, del non
poter soffrire per cooperare alla redenzione dell’uomo. E che vi pare?
Dio non prende un suo angelo per dirgli: “Sii il redentore
dell’Umanità”. Ma prende suo Figlio. E sapendo che, per quanto sia
incalcolabile il Sacrificio e infinito il suo potere, ancor manca – ed è
bontà paterna che non vuole fare differenza fra il Figlio del suo amore e
i figli del suo potere – alla somma di meriti da contrapporre alla
somma dei peccati che d’ora in ora l’Umanità accumula, ecco che non
prende altri angeli a colmare la misura e non dice loro: “Soffrite per
imitare il Cristo”, ma lo dice a voi, a voi uomini. 

Vi dice:
“Soffrite, sacrificatevi, siate simili al mio Agnello. Siate
corredentori…”. Oh! ecco: Io vedo coorti di angeli che, lasciando per
un istante di roteare nell’estasi adorante intorno al Fulcro Trino, si
inginocchiano, volti alla Terra, e dicono: “Voi benedetti che potete
soffrire col Cristo e per l’eterno Dio, nostro e vostro!”. Molti non
comprenderanno ancora questa grandezza. E’ troppo superiore all’uomo.

Ma quando l’Ostia sarà immolata, quando il Grano eterno risorgerà per mai più morire, dopo esser stato colto, battuto, spogliato e sepolto nelle
viscere del suolo, allora verrà l’Illuminatore superspirituale e
illuminerà gli spiriti, anche quelli più tardi, rimasti però fedeli al
Cristo Redentore, e allora comprenderete che non ho bestemmiato, ma vi ho annunciato la più alta dignità dell’uomo, quella di essere
corredentore, anche se prima non era che peccatore.

Matteo ha ascoltato il discorso da un angolo di una casa vicina. Anche in questo episodio, come nel primo raccontato, Gesù e Matteo non si parlano. Gesù però andandose dal luogo si ferma nei pressi di Matteo, benedice tutta la folla, lo guarda e se ne va.

EV 97 si intitola “La chiamata di Matteo”

Gesù procede dritto verso il banco di Matteo, intento a contare e suddividere le monete.

Ma il vecchio Matteo è morto, il denaro penso sia ormai per lui un freddo materiale, quasi se ne vergogna ora di toccarlo, L’ora è giunta, muore il vecchio peccatore e nasce un uomo nuovo in Cristo, che attraverso la propria testimonianzia del Vangelo e le prove future diverrà San Matteo, apostolo ed evangelista.

Ecco il passo chiave della chiamata:

Pietro, intanto, dice, tirando Gesù per una manica: «Non c’è nulla da pagare, Maestro. Che fai?».

Ma Gesù non gli dà retta. Guarda fisso Matteo, che si è subito alzato in
piedi con atto reverente. Un altro sguardo trapanante. Ma questo non è
lo sguardo del giudice severo dell’altra volta.

È uno sguardo di chiamata e di amore. Lo avviluppa, lo satura di amore. Matteo diventa rosso. Non sa che fare, che dire… «Matteo, figlio di Alfeo, l’ora è suonata. Vieni. Seguimi!», impone Gesù maestosamente. 
«Io? Maestro, Signore! Ma sai chi sono? Per Te, non per me lo dico…». 
«Vieni. Seguimi, Matteo, figlio d’Alfeo», ripete più dolce. 
«Oh! come posso aver trovato grazia presso Dio? Io… Io…». 
«Matteo, figlio di Alfeo, Io ti ho letto il cuore. Vieni, seguimi». Il terzo invito è una carezza. 

 «Oh! subito, mio Signore!» e Matteo, piangente, esce da dietro il banco,
senza neppur occuparsi di raccogliere le monete sparse sul banco, di
chiudere il cofano. Nulla. 

«Dove andiamo, Signore?», chiede quando è presso a Gesù. «Dove mi porti?». 
«A casa tua. Vuoi ospitare il Figlio dell’uomo?». 
«Oh!… ma… ma che diranno quelli che ti odiano?». 
«Io ascolto quel che si dice in Cielo, e là si dice: “Gloria a Dio per un
peccatore che si salva!”, e il Padre dice: “In eterno la Misericordia si
alzerà nei Cieli e si librerà sulla Terra e, poiché di un eterno amore,
di un perfetto amore Io ti amo, ecco che anche a te uso misericordia”.
Vieni. E, con la mia venuta, oltre che il cuore ti si santifichi la
casa».

San Matteo

Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: "Misericordia io voglio e non sacrifici." Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori

VANGELO SECONDO MATTEO 9,12-13

La conversione di Matteo raccontata in prima persona da lui stesso

Ero un peccatore. Un grande peccatore. Vivevo nell’errore completo. Mi ci ero indurito e non ne sentivo disagio. Se qualche volta i farisei o il sinagogo mi sferzavano dei loro insulti o dei loro rimproveri, ricordandomi Dio Giudice inesorabile, avevo un momento di terrore… e poi mi adagiavo nella stolta idea: “Tanto ormai sono un dannato. Godiamo perciò, o sensi miei, finché lo possiamo”. E più che mai sprofondavo nel peccato.
Due primavere fa venne un Ignoto a Cafarnao. Anche per me era un ignoto. Lo era per tutti poiché era all’inizio della sua missione. Solo pochi uomini lo conoscevano per ciò che era realmente. Questi che vedete e pochi altri ancora. Mi stupì la sua splendida virilità, casta più della castità di una vergine. Questa la prima cosa che mi colpì. Lo vedevo austero eppure pronto ad ascoltare i bambini che andavano da Lui come le api al fiore. Unico suo svago i loro giuochi innocenti e le loro parole senza malizia. Poi mi stupì la sua potenza. Faceva miracoli. Dissi: “È un esorcista. Un santo”. Ma mi sentivo talmente obbrobrio rispetto a Lui, che lo sfuggivo.
Egli mi cercava. O ne avevo l’impressione. Non passava una volta vicino al mio banco senza guardarmi col suo occhio dolce e un poco mesto. E ogni volta era come un soprassalto della coscienza intorpidita, che non tornava più allo stesso livello di torpore.
Un giorno – la gente magnificava sempre la sua parola – ebbi voglia di udirlo. E nascondendomi dietro uno spigolo di casa lo sentii parlare ad un gruppetto di uomini. Parlava alla buona, sulla carità che è come una indulgenza per i nostri peccati… Da quella sera io, l’esoso e duro di cuore, volli farmi perdonare da Dio molti peccati. Facevo le cose in segreto… Ma Egli sapeva che ero io, perché Egli sa tutto. Un’altra volta lo sentii spiegare proprio il capo 52 d’Isaia. Diceva che nel suo Regno, nella Gerusalemme celeste, non saranno gli immondi e gli incirconcisi di cuore, e prometteva che quella Città celeste della quale diceva le bellezze con tale persuasiva parola che nostalgia di essa mi venne, sarebbe stata di chi fosse venuto a Lui.
E poi,… e poi… Oh! quel giorno non fu uno sguardo di mestizia, ma di imperio. Mi lacerò il cuore, mise a nudo l’anima mia, la cauterizzò, la prese in pugno questa povera anima malata, la torturò col suo amore esigente… ed ebbi un’anima nuova. Sono andato verso di Lui con pentimento e desiderio. Non attese che gli dicessi: “Signore, pietà!”. Disse Lui: “Seguimi!”.
Il Mite aveva vinto Satana nel cuore del peccatore. Questo vi dica, se alcuno fra voi è turbato da colpe, che Egli è il Salvatore buono e che non bisogna fuggirlo ma, quanto più si è peccatori, andare a Lui con umiltà e pentimento per essere perdonati.
” – EV 324