SIMONE APOSTOLO: IL LEBBROSO GUARITO

L'apostolo Simone, il lebbroso guarito

Già senza ricorrere all’Evangelo rivelato a Maria Valtorta, vi sono validi motivi per cui identifico il primo lebbroso guarito da Gesù come Simone il Cananeo, chiamato anche Simone Zelota oppure Simone il lebbroso, uno dei dodici Apostoli.

Come per tutti i confronti fra i testi del vangelo e L’Evangelo rivelato a Maria Valtorta, paragonando i passi, si vede come non ci sia nulla nell’Evangelo che confuti i Vangeli.

Partiamo con una rapida analisi sulla lebbra nell’Antico Testamento, poi nei Vangeli e negli altri testi del Nuovo Testamento.

LA LEBBRA NELLA BIBBIA

Nel Vecchio Testamento

La prima menzione nel Vecchio Testamento la troviamo nel Levitico e questa terribile malattia è il solo oggetto delle prescrizioni dei Capitoli 13 e 14

Riassumendo, la diagnosi ricadeva sul sacerdote: il presunto malato doveva recarsi dal sacerdote e farsi visitare. Il sacerdote dichiarava il soggetto puro oppure affetto da lebbra e dunque impuro.
Importante il passo: “Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lv 13,45-46)

Era dunque compito del lebbroso avvertire qualunque altra persona che si fosse avvicinata troppo di stare alla larga, non solo per evitare il contagio, quanto per avvertire del pericolo di diventare a propria volta impuri. I lebbrosi inoltre dovevano stare da soli, fuori dall’accampamento, accampamento che nel corso del tempo si tramuterà nei villaggi e città dei tempi di Gesù.

La sezione (Lv 14,1-32) è anche molto importante, perchè racchiude le prescrizioni per la purificazione di un lebbroso che per qualche motivo fosse guarito dalla lebbra.

Nel primo giorno il guarito, dopo essersi raso tutti i peli e purificato nell’acqua, è già riammesso nella comunità, può entrare nell’accampamento, anche se non ancora nella propria tenda. Il guarito non è ancora puro: sarà tale solo all’ottavo giorno, dopo che il sacerdote offrirà il sacrificio per il peccato e compierà il rito espiatorio per colui che si purifica.

Ovviamente essendo impuri e per di più contagiosi, i lebbrosi non potevano accostarsi ad altre persone, per non renderle impure e trasmettere il contagio, a maggior ragione i sacerdoti, cioè la Tribù di Aronne, non potevano accostarsi alle offerte sante (Lv 22,1-5), la pena era tremenda, per bocca del Signore: “essere eliminato dalla mia presenza“: era un peccato gravissimo: era profanare il santo nome del Signore, perchè le offerte erano consacrate al Signore.

Dovevano essere espulsi dalla comunità proprio come tutti gli altri lebbrosi, per non avere degli impuri proprio fra quelli più vicini al Signore, che abitava in mezzo a loro (ricordiamo solo per cronaca che al tempo gli Israeliti non avevano ancora conquistato la Terra Promessa per cui erano un popolo nomade che vagava nel Sinai e portavano con sè l’Arca dell’Alleanza nei loro spostamenti)

Nel libro dei Numeri (Nm 5,1-4) e nel Deuteronomio (Dt 24,8) si ribadisce il concetto di espellere gli impuri dall’accampamento e di seguire in generale le prescrizioni riportate nel Levitico.

In 2 Samuele (2 Sam 3,26-32) Davide maledisce non solo Ioab, colpevole di aver trucidato Abner, ma tutta la progenie di Ioab, chiedendo che venga piagata con diversi mali, tra cui la lebbra.

Abbiamo un bellissimo brano al capitolo 5 in 2 Re (2 Re 5,1-27) in cui l’autore parla della lebbra fisica ed insieme spirituale, ben più grave.

Naamàn, comandante dell’esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la salvezza agli Aramei. Ma quest’uomo prode era lebbroso. Ora bande aramee avevano condotto via prigioniera dalla terra d’Israele una ragazza, che era finita al servizio della moglie di Naamàn. Lei disse alla padrona: «Oh, se il mio signore potesse presentarsi al profeta che è a Samaria, certo lo libererebbe dalla sua lebbra».

Naamàn andò a riferire al suo signore: «La ragazza che proviene dalla terra d’Israele ha detto così e così». Il re di Aram gli disse: «Va’ pure, io stesso invierò una lettera al re d’Israele». Partì dunque, prendendo con sé dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci mute di abiti. Portò la lettera al re d’Israele, nella quale si diceva: «Orbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Naamàn, mio ministro, perché tu lo liberi dalla sua lebbra». Letta la lettera, il re d’Israele si stracciò le vesti dicendo: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi ordini di liberare un uomo dalla sua lebbra? Riconoscete e vedete che egli evidentemente cerca pretesti contro di me».

Quando Eliseo, uomo di Dio, seppe che il re d’Israele si era stracciate le vesti, mandò a dire al re: «Perché ti sei stracciato le vesti? Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele». Naamàn arrivò con i suoi cavalli e con il suo carro e si fermò alla porta della casa di Eliseo. Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: «Va’, bàgnati sette volte nel Giordano: il tuo corpo ti ritornerà sano e sarai purificato». Naamàn si sdegnò e se ne andò dicendo: «Ecco, io pensavo: “Certo, verrà fuori e, stando in piedi, invocherà il nome del Signore, suo Dio, agiterà la sua mano verso la parte malata e toglierà la lebbra”.

Forse l’Abanà e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque d’Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per purificarmi?». Si voltò e se ne partì adirato. Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: «Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una gran cosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: “Bàgnati e sarai purificato”». Egli allora scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato.

Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore.

Però il Signore perdoni il tuo servo per questa azione: quando il mio signore entra nel tempio di Rimmon per prostrarsi, si appoggia al mio braccio e anche io mi prostro nel tempio di Rimmon, mentre egli si prostra nel tempio di Rimmon. Il Signore perdoni il tuo servo per questa azione». Egli disse: «Va’ in pace». Partì da lui e fece un bel tratto di strada.

Giezi, servo di Eliseo, uomo di Dio, disse fra sé: «Ecco, il mio signore ha rinunciato a prendere dalla mano di questo arameo, Naamàn, ciò che egli aveva portato; per la vita del Signore, gli correrò dietro e prenderò qualche cosa da lui». Giezi inseguì Naamàn. Naamàn, vedendolo correre verso di sé, saltò giù dal carro per andargli incontro e gli domandò: «Tutto bene?». Quello rispose: «Tutto bene. Il mio signore mi ha mandato a dirti: “Ecco, proprio ora, sono giunti da me due giovani dalle montagne di Èfraim, da parte dei figli dei profeti. Da’ loro un talento d’argento e due mute di abiti”».

Naamàn disse: «È meglio che tu prenda due talenti», e insistette con lui. Chiuse due talenti d’argento in due sacchi insieme con due mute di abiti e li diede a due suoi servi, che li portarono davanti a Giezi. Giunto alla collina, questi prese dalla loro mano il tutto e lo depose in casa, quindi rimandò quegli uomini, che se ne andarono.

Poi egli andò a presentarsi al suo signore. Eliseo gli domandò: «Giezi, da dove vieni?». Rispose: «Il tuo servo non è andato da nessuna parte». Egli disse: «Non ero forse presente in spirito quando quell’uomo si voltò dal suo carro per venirti incontro? Era forse il tempo di accettare denaro e di accettare abiti, oliveti, vigne, bestiame minuto e grosso, schiavi e schiave? Ma la lebbra di Naamàn si attaccherà a te e alla tua discendenza per sempre». Uscì da lui lebbroso, bianco come la neve.

Qui si può vedere un preludio a quelle splendide parabole di Nostro Signore Gesù dei Vangeli. Nell’episodio mi piace notare 1) l’utilizzo del miracolo da parte del profeta Eliseo come prova che il Signore è l’unico e solo vero Dio 2) l’importanza della fede e di perseverare in essa, indipendemente da quello che ci viene chiesto, per attuare in compartecipazione salvifica il progetto d’amore di Dio 4) il miracolo come mezzo di conversione per i non credenti 5) il totale distacco dalle ricompense degli uomini di Dio, che hanno ricompensa solamente nel fare la volontà di Dio 6) la punizione per il peccato, lebbra spirituale, commesso contro Dio e contro gli uomini.

In 2 Re 15,5 la lebbra è punizione divina, ribadendo il precedente concetto.

Il Capitolo 26 di 2 Cronache (2 Cr 26) è dedicato alla rovina spirituale del re Ozia: finchè il re “cercò il Signore, Dio lo fece prosperare” ma poi, preso da superbia, volendosi sostituire ai sacerdoti nell’offerta del sacro incenso a Dio, fu colpito da lebbra, anche in questo caso manifestazione fisica del peccato spirituale.

Simone Zelote

SIMONE ZELOTE

Nel Nuovo Testamento

Il lebbroso guarito presso corazim

Nel Vangelo secondo Matteo troviamo curiosamente (vale lo stesso in Marco e Luca, mentre non abbiamo questo episodio riportato nel Vangelo secondo Giovanni) l’episodio del lebbroso guarito presso Corazim prima della menzione di Simone il lebbroso, Apostolo (che verrà citato solamente nell’elenco di Mt 10,2-4),

Ecco il brano sul lebbroso guarito da Gesù presso Corazim:”Scese dal monte e molta folla lo seguì. Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita. Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».” (Mt 8,2-4)

Lo stesso brano in Marco: “Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».

Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.” (Mc 1,40-45)

Lo stesso brano in Luca viene raccontato così: “Mentre Gesù si trovava in una città, ecco, un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò dinanzi, pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Gesù tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii purificato!». E immediatamente la lebbra scomparve da lui.

Gli ordinò di non dirlo a nessuno: «Va’ invece a mostrarti al sacerdote e fa’ l’offerta per la tua purificazione, come Mosè ha prescritto, a testimonianza per loro». Di lui si parlava sempre di più, e folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro malattie. Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare.” (Lc 5,12-16)

Nell’Evangelo rivelato a Maria Valtorta l’episodio è raccontato così: “Il lebbroso emerge dal fosso e monta sulla sponda, la valica, si addentra nel prato. Gesù, col dorso addossato ad un altissimo noce, lo attende. «Maestro, Messia, Santo, pietà di me!» e si butta tutto fra l’erba, ai piedi di Gesù. Col volto al suolo dice ancora: «O Signore mio! Se Tu vuoi, Tu puoi mondarmi!». E poi osa alzarsi sui ginocchi e tende le braccia scheletrite, dalle mani contorte, e tende il volto ossuto, devastato…

Le lacrime scendono dalle orbite malate alle labbra corrose. Gesù lo guarda con tanta pietà. Guarda questa larva d’uomo che il male orrendo divora, e che solo una vera carità può sopportare vicino, tanto è ripugnante e maleodorante. Eppure ecco che Gesù tende una mano, la sua bella, sana mano destra, come per carezzare il poveretto.

Questo, senza alzarsi, si butta però indietro, sui calcagni, e grida: «Non mi toccare! Pietà di Te!». Ma Gesù fa un passo avanti. Solenne, buono, soave, posa le sue dita sulla testa mangiata dalla lebbra e dice, con voce piana, tutta amore eppure piena di imperio: «Lo voglio! Sii mondato!». La mano rimane per qualche minuto sulla povera testa.

«Alzati. Vai dal sacerdote. Compi quanto la Legge prescrive. E non dire quanto ti ho fatto. Ma solo sii buono. Non peccare mai più. Ti benedico». «Oh! Signore! Abele! Ma tu sei tutto sano!». Samuele, che vede la metamorfosi dell’amico, grida di gioia. «Sì. E’ sano. Lo ha meritato per la sua fede. Addio. La pace sia con te».

«Maestro! Maestro! Maestro! Io non ti lascio! Io non ti posso lasciare!». «Fai quanto vuole la Legge. Poi ci vedremo ancora. Per la seconda volta sia su te la mia benedizione». Gesù si avvia facendo cenno a Samuele di restare. E i due amici piangono di gioia, mentre alla luce di un quarto di luna tornano alla spelonca per l’ultima sosta in quella tana di sventura” (EV 01,63)

L'elenco dei nomi dei dodici apostoli

I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.” (Mt 10,2-4)

Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.” (Mc 3,16-19)

Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.” (Lc 6,13-16)

Simone apostolo in Luca viene detto Zelota: è importante notare come in tutte le liste degli Apostoli dei Vangeli, esistano solamente due “Simone”.
Uno è ovviamente Simone, figlio di Giona, detto Pietro, l’altro Simone è chiamato da Luca “Simone detto Zelota”, da Matteo e Marco “Simone il Cananeo” (Nessuna citazione invece nel Vangelo di Giovanni)
Dunque Simone il Cananeo è detto anche Zelota ed è proprio Simone apostolo.

Quando gli Apostoli erano in undici, dopo il suicidio di Giuda il traditore e prima dell’elezione di Mattia, gli Atti degli Apostoli ci regalano questo passo, ricalcando l’elenco di Luca: “Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato.

Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.” (At 1,12-14)

La casa di Bètania

Questo è il brano chiave per identificare Simone il lebbroso come uno degli Apostoli.

In Matteo (Mt 26,6-13): “Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, gli si avvicinò una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre egli stava a tavola. I discepoli, vedendo ciò, si sdegnarono e dissero: «Perché questo spreco? Si poteva venderlo per molto denaro e darlo ai poveri!».

Ma Gesù se ne accorse e disse loro: «Perché infastidite questa donna? Ella ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. Versando questo profumo sul mio corpo, lei lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto».”

Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite?

Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».” (Mc 14,3-9)

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo.

Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».” (Gv 12,1-8)

Molto importanti questi passi: intanto apprendiamo che Simone il lebbroso aveva una casa a Betània (Nell’Evangelo apprendiamo che era vicino di casa di Lazzaro, anzi proprio Simone apostolo aveva presentato Lazzaro a Gesù)
Abbiamo visto come i lebbrosi dunque già nel Vecchio Testamento e così al tempo di Gesù erano esseri impuri, completamente ostracizzati e banditi dai nuclei urbani, finendo di vivere nei sepolcri, assieme ad altri lebbrosi, lontani da tutti.

In questi luoghi i lebbrosi aspettavano la morte, non potevano avvicinarsi ad altre persone altrimenti rischiavano la lapidazione, contavano solo sulla carità di altre persone per sfamarsi. Di notte i lebbrosi potevano uscire dalle loro tane e mangiare quello che trovavano, come animali, peggio degli animali.
Ovviamente erano privi di tutto, se prima di contrarre la lebbra avevano posseduto dei beni, venivano espropriati o dovevano affidarli a qualcuno per gestirli.

Non è assolutamente credibile che Gesù con i suoi discepoli sostasse in casa di un lebbroso che fosse ancora nei Sepolcri, non avrebbe mai accettato di sostare in una casa in assenza del padrone di casa, tanto più in una casa impura.
Non è nemmeno possibile che Gesù non conoscesse il padrone di casa, ovunque andasse si informava sul padrone di casa, se già non lo aveva incontrato prima.

Tanto più che Lazzaro, suo grande amico, abitava proprio a Betània. Quindi avrebbe potuto tranquillamente sostare in casa di Lazzaro in questa circostanza; Gesù era sempre in cammino e non si sarebbe lasciato sfuggire un’occasione per stare con Lazzaro, che amava, anche solo per l’insistenza dell’amico.

Viene naturale dunque pensare che Gesù dovesse conoscere il propretario di casa, cioè Simone il lebbroso e che il propretario fosse presente.
Gesù ed i suoi non avrebbero mai potuto stare a tavola con un lebbroso non guarito, lo impediva la Legge di Mosè che ovviamente loro rispettavano. Ne consegue naturalmente che Simone i lebbroso, il padrone di casa, fosse presente con loro e non fosse più malato di lebbra, ma guarito da Gesù.

 

Si veda anche la sezione sulle citazioni degli Apostoli nel Nuovo Testamento e le Schede Riassuntive