L'apostolato nella lettera a

Paolo prigioniero di Cristo

Fm

Si legga anche Ef 3,1-13. Paolo è “prigioniero di Cristo per voi pagani“, in duplice chiave, come spesso nei concetti espressi da Paolo: sia fisicamente (le lettere agli Efesini, ai Colossesi, ai Filippesi e a Filèmone si fanno risalire infatti alla prima carcerazione dell’apostolo subita a Roma negli anni 61-63 d.C.) sia in senso della missione, molto dolorosa ma sublime insieme, di essere l’aposotolo delle genti. La conversione di Paolo, per grazia di Dio è infatti stata così repentina ed inaspettata che ora l’apostolo non può pensare ad altro che compiere il proprio apostolato senza risparmiarsi, in modo necessario e assoluto “Infatti annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! (1 Cor 9,16)

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La tua partecipazione alla fede diventi operante, per far conoscere tutto il bene che c’è tra noi per Cristo.

Lettera a FilÉmone 1,6

Onèsimo, figlio spirituale generato nelle catene

Fm 1,8-21

Paolo ha generato il figlio spirituale Onèsimo, schiavo scappato a Filèmone, nelle catene, durante la prigionia.

Si veda anche 2 Tm 2,8-13, le catene di Paolo sono motivo di vanto per la diffusione del Vangelo alle genti.

Si veda anche Fil 1,12-2: il fatto che Paolo sia in prigione si volge a vantaggio della predicazione del Vangelo, perchè nei cristiani la sua prigionia è come un mantice che soffia sul loro spirito, dando ancora più forza per testimoniare Gesù Cristo, non importa se qualcuno lo fa anche con “con spirito di rivalità, con intenzioni non rette, pensando di accrescere dolore alle mie catene“, quello che sta a cuore a Paolo è che venga diffusa la Parola di Gesù e che soprattutto porti frutto.

“E non vi è – passando dalle cose alle persone – e non vi è evento, non pianto, non gioia, non nascita, non morte, non sterilità o maternità abbondante, non lungo coniugio né rapida vedovanza, non sventura di miserie e malattie, come non prosperità di mezzi e di salute, che non abbia la sua ragione buona di essere, anche se tale non appaia alla miopia e alla superbia umana, che vede e giudica con tutte le cataratte e tutte le nebbie proprie delle cose imperfette.” (EV 4,244)